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Fuori dal Campo

Covid, la terapia intensiva è un luogo che ho imparato a conoscere

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Mio padre da qualche anno se la vede con un ospite assolutamente non gradito. E tutte le volte che questo si ripresenta, talvolta all’improvviso, bisogna intervenire in fretta per metterlo fuorigioco e continuare a sperare. Anche questa volta, dopo un lungo intervento, sono stati necessari un po’ di giorni in terapia intensiva, un luogo che io e la mia famiglia abbiamo imparato a conoscere bene negli ultimi quattro anni e che per noi rappresenta quel posto che tutte le volte ci ridona in vita mio padre dopo il coma farmacologico. È successo tante volte ma questa, a differenza delle altre, è stata più difficile non potendolo neanche vedere da dietro un vetro. Inoltre, trovandomi a Torino, in zona rossa, per me è stato impossibile anche avvicinarmi ai miei famigliari, in Sicilia, per vivere con loro questo momento. Ho provato a rimanere lucido e mantenermi tale anche nelle attività lavorative che, giustamente, seguono un binario parallelo.

Mio padre si è svegliato anche stavolta e qualche ora fa è stato dimesso dalla terapia intensiva, ma non sono qua per raccontarvi di me e della mia famiglia. [Chi mi conosce sa bene quanto io sia molto riservato sulla mia vita privata]. Scrivo tutto questo per testimoniare, in un momento di grande emergenza per il Coronavirus, che certi luoghi è sempre meglio evitarli e che, per farlo, bisogna assolutamente affidarsi alla prevenzione per il bene di tutti, a partire dai propri cari. Il Covid esiste e la superficialità di molti può esporre a enormi rischi i soggetti più deboli. Rifiutare la realtà è da stolti, così come – comprendo – dover fermare le proprie attività, senza un adeguato supporto istituzionale, è assolutamente ingiusto. Ma non rispettare le regole è semplicemente da irresponsabili. E in un momento come questo non ci si può e non ci si deve permettere di fare di testa propria.

Coraggio a chi si è dovuto fermare in questo periodo: ripartirete; forza a chi lavora dalla mattina alla sera negli ospedali per limitare i danni causati da questo virus: siamo con voi; e un “basta” a chi continua a fare finta di nulla o addirittura nega l’esistenza di un virus che va in qualche modo controllato: abbiate rispetto di chi ha ancora tanta voglia di vivere e per riuscirvi deve anche poter usufruire di certi luoghi che è meglio non conoscere, ve lo assicuro. A chi si ritrova a farlo per qualsiasi motivo, invece, auguro di ricevere al più presto una chiamata e risentire la voce del proprio caro.

Fuori dal Campo

Allianz Stadium, Juventus Dinamo Kiev: stasera qui

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Al vuoto ci siamo ormai abituati. Questo però, almeno per me, non significa mettere da parte le emozioni, le sensazioni e le visioni. Anzi. (altro…)

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Fuori dal Campo

Sara Gama vice presidente dell’associazione calciatori: è storia!

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“La storia siamo noi, nessuno si senta offeso”. Perché se Sara Gama oggi è la neo vice presidente dell’AssoCalciatori è perché qualcuno in tempi non sospetti ha creduto fortemente nel calcio femminile, anche quando in pochi gli davano valore e in molti si riempivano la bocca, talvolta parlando a sproposito. Ora è il capitano della Nazionale azzurra, oltre che della Juventus Women, a rappresentare le calciatrici italiane che chiedono solo di aver riconosciuto il loro lavoro, di avere le tutele necessarie sui loro sacrifici quotidiani.

La speranza è che adesso venga messa nelle condizioni di dare forma alla Politica del fare, in un mondo del Calcio che tiene ancora troppo spesso a differenziare (purtroppo) tra uomini e donne. Personalmente, da profano del calcio femminile, ho piena fiducia in questa ragazza e sono certo che si farà ascoltare. “La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”. Congratulazioni e in bocca al lupo, Sara, buon lavoro!

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Fuori dal Campo

Selfie con la salma di Maradona: quando il morto è più importante del funerale

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Ho letto recentemente in un post sui social che “viviamo in una società in cui il funerale è più importante del morto”. E non ho saputo trovare via d’uscita per smentirlo. Nell’era dell’apparenza, in cui l’immagine spesso supera la sostanza, neanche la morte sfugge a questa logica triste.

Diego Armando Maradona però è riuscito a capovolgere anche questo concetto.

Significativo il gesto sciocco e, ancora più triste della morte del dio del calcio che ha lasciato orfano il suo mondo e che sarà ricordato come il migliore di tutti i tempi, al netto di quelle parti oscure che hanno reso la sua vita meno stimabile. El Pibe de oro è stato unico e la sua esistenza – nello Sport – rappresenterà un prima e un dopo.

Il gesto sciocco lo hanno compiuto i tre dipendenti dell’agenzia di pompe funebri che hanno scattato un selfie accanto al feretro di Maradona appena conclusa la sistemazione della salma. Il desiderio di avere una foto con El Pibe de oro li ha fatti scivolare in un grave errore di professionalità, spingendoli al centro di una scena macabro.

Sono stati licenziati. E hanno anche chiesto scusa. “Lo stavamo preparando prima di prenderlo e mio figlio, come ogni bambino, ha alzato il pollice e hanno scattato la foto – ha raccontato uno di loro -. Chiedo a tutti rispetto e perdono. Ho ricevuto tante minacce, mi hanno detto che mi uccideranno e che distruggeranno il mio furgone. La foto non proviene dal mio telefono, è stata presa da un altro cellulare. Questa è la cosa peggiore”.

La testimonianza inasprisce ulteriormente la brutta vicenda. Qualcuno ha evidentemente voluto scattare la foto di Maradona da morto al fine della pubblicazione, consapevole che quella immagine avrebbe fatto velocemente il giro del mondo. Considerando forse giustificabile un tale gesto meschino di fronte alla grandezza del personaggio, al di sopra di tutto e tutti per avere scritto la letteratura del calcio con un pallone ai piedi. Quel qualcuno, scattando le foto e rendendole pubbliche, ha fatto quanto di peggio si potesse fare.

Ma anche da morto, Diego Armando Maradona ha fatto la differenza.

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